Artist: Mysticum
Title: “In The Streams Of Inferno”
Label: Full Moon Productions
Year: 1996
Genre: Industrial Black Metal
Country: Norvegia
Tracklist:
1. “Industries Of Inferno”
2. “The Rest”
3. “Let The Kingdom Come”
4. “Wintermass”
5. “Crypt Of Fear”
6. “Where The Raven Flies”
7. “In Your Grave”
8. “In The Last Of The Ruins We Search For A New Planet”

31 ottobre 2022. In quella che è una data tutto sommato non poi così rilevante per i destini della Nera Fiamma (anche se su queste pagine rimembriamo ancora la tenebrosa meteora Bad Manor ed il suo unico, magistrale lascito “The Haunting” date alle stampe proprio quel dì), l’attenzione del discorso pubblico entro gli italici confini sembra monopolizzata da un altro evento, distante in apparenza parecchi anni luce da questi suoni: svariate migliaia di giovani, un capannone malmesso disperso nella campagna modenese, un muro di casse da cui esce musica elettronica di varia natura ma uniforme nel volume da panico. A prescindere da come la si voglia vedere in merito alla questione rave party, è indubbio che il clamore mediatico dei giorni successivi allo sgombero del raduno clandestino, passato poi agli atti come Witchtek 2k22, sia stato figlio di un clima di diffidenza e timore verso le nuove generazioni da sempre abbastanza diffuso nel Paese, e condiviso da numerose parti in causa; dai genitori intenti a chiedersi cosa stiano facendo i loro figli fuori casa nel cuore della notte, dai proprietari di strutture fatiscenti che tuttavia essi stessi hanno lasciato a marcire, dagli esercenti di locali i quali vedono il proprio pubblico organizzarsi dal basso e creare un’alternativa al divertimento di consumo di cui essere clienti e nulla più. Servono pertanto risposte, ed ecco allora varato in fretta e furia il decreto anti-rave, ampiamente discusso dagli esperti del settore giuridico ma d’altra parte necessario per rassicurare il ventre molle dell’opinione pubblica terrorizzato dalle immagini dei telegiornali, così come dai resoconti sulle precarie condizioni igieniche e sul consumo reiterato di sostanze stupefacenti. Si voglia allora perdonare a chi scrive l’ardire di un simile paragone, ma laddove la musica e ciò che attorno le gira è in grado di instillare il seme della paura prima nella coscienza collettiva, e poi persino nella classe dirigente di una nazione, le antenne di coloro i quali sono cresciuti con il mito nella Norvegia degli anni Novanta e dei misfatti compiuti tra un riff e un giro all’Helvete difficilmente potrebbero rimanere immobili.

Proprio tra le mura dello shop di musica estrema par excellence risuonano, nel corso dell’estate ’93 poi rivelatasi fatale, le note di una demo intitolata “Medusa’s Tears”, i cui quattro pezzi non tardano ad irretire subito il padrone di casa Euronymous. Dietro quella pubblicazione, uno degli invero tanti nastri circolanti in Norvegia durante l’affermarsi della stagione d’oro del Black Metal scandinavo, vi sono però tre personaggi che di comune hanno ben poco, tra connessioni con membri chiave di Ulver, Enslaved e Mayhem, un occhio di riguardo al mondo delle sonorità elettroniche di stampo Minimal Techno, e soprattutto una passione decisamente esagerata per gli allucinogeni di ogni tipo. Di quel già stralunato campionario di umanità che corrisponde alla scena underground di Oslo e dintorni, Benny “Cerastes” Laumann, John “Prime Evil” Mulvik e Robin “Mean Malmberg” sono infatti in larga misura la componente più incontrollabile e contraddittoria, respingente verso la maggior parte dei commilitoni eppure legata ad alcuni di essi da singolari corrispondenze tuttavia sempre esposte alle psicosi del trio (come dimostra il pendaglio cruciforme sfoggiato da Cerastes in diverse foto promozionali, donatogli da Øystein Aarseth in persona e poi rivenduto al fine di finanziare le proprie dipendenze).
Codesta attitudine ai limiti dell’isterico non può allora che riversarsi sulla musica suonata dai Mysticum, quella contenuta appunto in “Medusa’s Tears” e nella successiva cassetta dall’eloquente titolo “Piss Off!!!”, la quale garantisce alla band una discreta notorietà ancora prima dell’attesa consacrazione su formato esteso: chitarre lineari nella struttura ed al tempo stesso caotiche nell’esecuzione, voci urlate con un’intensità a dir poco animalesca, disumana a dirla tutta, qualche tocco di tastiere finalizzato alla costruzione di un’atmosfera da incubo lisergico, ed a sorreggere tutto quanto una batteria che nulla fa per nascondere la propria natura completamente digitale, aliena, occultata se vogliamo soltanto dalla qualità approssimativa delle registrazioni. Com’è noto, i piani di Euronymous per il rilascio di un album completo su Deathlike Silence verranno anzitempo cancellati per ragioni che conosciamo tutti molto bene, ma il destino che sembrava aver colpito di rimando anche i Mysticum in quella sera d’agosto ha in serbo degli stravolgimenti su vasta scala i quali, nell’ampia cronologia del metallo nero tra 1993 e 1996, preparano il terreno all’opera prima dei tre di Asker. Nel giro di un triennio il Black Metal scopre e rende propri prima i sintetizzatori, poi le drum-machine ed infine il fascino onirico dello spazio profondo, elementi mescolati con crescente spavalderia fino all’overture stellare del “Moon In The Scorpio” uscito giusto tre mesi prima dell’oggetto d’articolo che state leggendo.

Dalla sinfonia di pianeti morenti con cui il mondo aveva dunque conosciuto i Limbonic Art arriva oltretutto la fondamentale consulenza di Anders G. Offenberg Jr., figura assai sfuggente dall’alto della sua mezza dozzina di lavori afferenti al mondo estremo ma che, tra appunto “Moon In The Scorpio” e questo secondo complicato impiego, non può non essere chiamata in causa in un’ipotetica discussione sullo sdoganamento della batteria elettronica in campo Black, se non Metal. I precedenti tentativi del gruppo di coinvolgere nientemeno che il già iperattivo Hellhammer dietro le pelli sono fortunatamente giunti ad un nulla di fatto, dacché una bestialità come “In The Streams Of Inferno” semplicemente non avrebbe potuto funzionare (tantomeno tracciare il solco lasciatosi alle spalle) con alla base un set di tamburi e piatti tradizionali: ne è dimostrazione pratica “The Rest”, mitragliata di benvenuto dentro il rave party all’Inferno tirato su dai Mysticum, dove Satana in persona si mette al mixer ed i suoi accoliti, posseduti da ritmo trascinante ed allucinogeni maltagliati, si agitano scoordinati seguendo l’andatura di quel caos.
I piatti si fanno sottili metronomi dalla precisione inumana, il rullante il rintocco di macchinari che dalle fabbriche del Male avvelenano interi continenti, e la cassa dritta sparata in primo piano un vero martello pneumatico il quale, specie nella terrificante ripartenza dopo l’intrusione dell’indemoniata Regan MacNeil, trafora il lobo frontale e prende possesso di chi ne è esposto costringendolo al baccanale in corso. La festa prosegue, le luci continuano a bombardare occhi sbarrati, i subwoofer fanno lo stesso con i muri dell’hangar spinti al cedimento, e “Let The Kingdom Come” supera persino lo shock dell’opener e ne arricchisce l’impatto con un maggiore spazio dedicato ai synth e alla ferocia vocale di Cerastes e Prime Evil, senza per questo rinunciare all’orgia di bpm veicolata stavolta tramite doppio pedale sintetico.
Poi però le regole si invertono, e la velocità delle anfetamine finora dominanti lascia il posto al trip da acidi, o meglio al comedown fatto di paranoie e smania del prossimo sballo. Sono bastati due brani a instillare il demone della dipendenza, ed ora “Wintermass” ne magnifica gli effetti tracciando una linea diretta tra gli orrori siderali espressi da voci e tastiere e la rigidità industriale della drum-machine, evidenziando come il precario stato mentale dei Mysticum non avesse loro impedito (o forse gli avesse proprio concesso) di intuire con una lungimiranza allibente due dei principali sviluppi del Black Metal in terra norrena. Cuore pulsante nonché possibile zenit dell’opera, la successiva “Crypt Of Fear” risalente addirittura alla prima demo ma qui stralunata coniuga infine ritmiche serrate ad attimi di decompressione, con però tutto il nervosismo di cui sono capaci quelle note di tasti intorno al quarto minuto, eteree ma disturbanti nella loro semplicità; e se l’attacco asciutto e guitar-oriented di “Where The Raven Flies” (originaria title-track del disco) rappresenta una sorta di momentaneo ritorno alla realtà in vista della fine della nottata, è tuttavia la sezione conclusiva di “In Your Grave” -col suo sfacciato ritmo gabber prima di chiunque altro- a mettere l’ultima diabolica parola ad “In The Streams Of Inferno”: un’esperienza tra le più autentiche, folli e visionarie che non soltanto la golden age norvegese abbia mai regalato, bensì, con ogni probabilità, insuperata ad armi pari pure nel resto del genere tutto lungo le successive tre decadi.
Il viaggio al termine della notte orchestrato dal trio di Asker giunge così al termine, inaugurato dal rumorismo industriale in un’epoca ove una comunque visionaria Moonfog Productions ancora si occupava di folklore montano, e concluso dal sinistro albeggiare di un nuovo giorno sulle rovine del capannone di campagna in cui l’empio rituale allucinogeno è andato in scena; i giovani astanti defluiscono lentamente, umani in apparenza eppure plagiati nel profondo da un’inedita concezione di Black Metal, ed ora fissano gli assenti occhi al cielo in attesa della trasmigrazione incorporea verso quel nuovo pianeta la cui scoperta non avverrà prima di diciott’anni dopo, così come anticipato à la David Lynch. La forza di tale immagine a metà strada tra la nuova carne di David Cronenberg e le bizzarre teorie di L. Ron Hubbard, così come di tutte le altre evocate all’ascolto, è per chi scrive il vero segreto dell’eterna giovinezza di un “In The Streams Of Inferno”, opera di enorme stravaganza, di eccezionale eredita e lascito, ma soprattutto dalla potenza sonora e visiva unica nonché presenza fissa in un’ipotetica (quantomeno) top 5 di album estremi assolutamente irrinunciabili redatta dal sottoscritto – specie dopo le indimenticabili esibizioni dei Mysticum a lui concesse tra Hyvinkää 2019 e Parma 2024.
Con però buona pace delle trovate sceniche, della fenciclidina richiesta ai supporter dalle pagine del booklet e pure dell’adesione alla fittizia campagna ‘Never Stop The Madness’, sciocco sarebbe soprassedere su quanto un platter così di culto, rimasto a lungo ingiustamente lontano dai riflettori e riscoperto soltanto con la rete ed il ritorno live dei suoi autori nel 2014, abbia ciononostante contagiato sottobanco molteplici correnti del metallo nero: quello industriale effettivamente nato qui, chiaramente, quello cosmico rimodellato nelle sue fattezze meno arzigogolate, più meccaniche e più minacciose, e persino quello della tanto riverita scuola di Trondheim, anticipato nel chitarrismo dai toni gravi e nel riffing muscolare prima che arrivassero Blackthorn e Blasphemer a porne le fondamenta. I trent’anni di “In The Streams Of Inferno” non sono quindi soltanto la banale ricorrenza di un titolo fondamentale per la storiografia della Nera Fiamma, questo va da sé, bensì una testimonianza della sostanziale eternità di quei lavori davvero di rottura: concepiti nell’agone di un genere colto in piena rivoluzione, partoriti da case discografiche proprio grazie ad essi divenute iconiche (l’americana Full Moon Productions chiamata a sostituire Deathlike Silence, il resto è davvero storia) e talmente unici da non potere non attrarre con magnetismo autenticamente diabolico le generazioni a venire. Poco importa allora se dei sobri Cerastes, Prime Evil e Mean Malmberg siano scesi per l’ultima volta da un palco proprio quest’anno, chiudendo un percorso tanto quantitativamente scarno quanto complessivamente sui generis, poiché come loro stessi avevano già intuito con annebbiata lucidità tre decadi addietro, la pazzia dei Mysticum non sarebbe mai più potuta essere fermata.
– Michele “Ordog” Finelli –
